Il cane senza coda | I lembi di una verità mai rivelata
- Roberta Desderi
- 4 nov 2018
- Tempo di lettura: 3 min

La genesi di Un cane senza coda, ultima produzione del Teatro della Tosse, risiede nelle opere - illustrazioni e cortometraggi - di Paolo Bonfiglio, non solo artista visivo ma anche drammaturgo dello spettacolo. Il titolo dell'esposizione stessa , “L'orrore e l'incanto” - attualmente visitabile all'interno del foyer del teatro -, denuncia una dualità, interna anche alla rappresentazione che il regista Emanuele Conte porta sul palco: uomo-cane, vita-morte, futuro-presente, speranza- realtà. Una comicità grottesca lega questi elementi all'interno dell'intreccio, facendo in modo che i mondi si fronteggino senza incontrarsi mai. È percettibile un confine paradossale e invalicabile, che in brevi istanti ci permette forse di scorgere i lembi di una “verità” mai rivelata completamente. Quello del protagonista è un viaggio onirico sia da dormiente che da sveglio.
Il cane non è portatore di un cambiamento, così come non porta un messaggio specifico per il pubblico, ma è monito della dualità che sta alla base del mondo. Il cane stesso, evidentemente antropomorfo, si mostra ora cane ora uomo: cane nel rapporto con il protagonista e totalmente uomo nel rapporto con il pubblico. Il cane senza coda (che in realtà una coda l’ha), levandosi la maschera, si rivolge agli spettatori, apostrofando: «Se non avessimo perso la coda», frase che lo rende dunque parte del mondo degli esseri umani. È un personaggio che fornisce molte suggestioni al pubblico, ma mai una certezza: non si può nemmeno essere certi che il cane partorito dalla donna nel cortometraggio sia lo stesso di fronte a noi in quel momento.
Il testo introduce numerose tematiche, che spesso vengono accantonate con leggerezza dalla comicità oramai fallita, cinica e desolata del protagonista. La sua attesa di un treno che non potrà prendere, in un luogo e tempo indefiniti, rende l'idea della condizione di precarietà e incertezza, propria del teatro quanto dell'uomo. Per un istante l'uomo riesce a scorgere un futuro florido, alla cui speranza si aggrappa totalmente, ma che infine non riesce a raggiungere, imparando forse di più in quella assurda giornata passata in stazione che non seduto alla propria scrivania, a cercare di produrre testi che nessuno mai apprezzerà.
La vita e la morte sono presenze costanti all'interno dello spettacolo, fino a culminare nel cortometraggio finale in cui una storia di morte e dolore scorre sotto i nostri occhi. La morte si presenta sotto la forma emblematica e mai retorica, se ben studiata, del teschio. Il cane del teschio si nutre, lo spolpa come un osso qualunque, l'uomo invece quel teschio lo tratta come un feticcio, lo teme, lo rispetta - tanto da impugnarlo in modo amletico: d'altro canto vedere la morte in faccia non è forse una delle grandi paure dell'essere umano?
La pièce si fa carico di molte altre suggestioni, non sempre trasformate in chiari messaggi allo spettatore, a cui è lasciato un ampio margine interpretativo. Questo perché il testo si rifà a un mondo altro, quasi onirico e grottesco, difficile da rendere materico. Forse proprio per questo le delusioni veramente umane e i discorsi esistenziali vengono trattati in poche battute: perché una soluzione umana, pragmatica, logica e realistica per quell'uomo - e di riflesso per l'umanità - non esiste. Per ogni spettatore la coda sarà qualcosa di diverso, ma in ogni interpretazione rimarrà qualcosa che l'uomo dovrebbe avere e che ora non ha più. Un messaggio diretto e chiaro non si può scorgere, perché tanti, forse troppi, sono gli argomenti emersi e non sempre “chiusi”. E forse è proprio per non cadere nella retorica e in ulteriori scelte didascaliche (come il continuo intervento dell'altoparlante) che il regista e il drammaturgo decidono di lanciare grandi temi con piccole battute, concedendo al pubblico l'onore e l'onere di estrapolarne delle riflessioni.
Elementi di pregio: i costumi, le scene e l’ambientazione suggestiva, la buona scelta degli interpreti, i paradossi spiazzanti.
Limiti: la scelta di non concentrarsi e sviluppare un'unica tematica, la brevità, il finale troppo didascalico, affrettato, privo di spessore.
Visto al Teatro della Tosse giovedì 25 ottobre 2018
Di Paolo Bonfiglio
Regia Emanuele Conte
Interpreti Andrea Pietro Anselmi e Pietro Fabbri
Produzione Teatro della Tosse
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