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Moby Dick di Angelo Tronca | Nelle cripte batte un cuore

Zoe Guindani

«Le cose più meravigliose sono sempre quelle inesprimibili, le memorie profonde non

concedono epitaffi». Si apre così il brevissimo capitolo che in Moby Dick Herman Melville dedica al personaggio Bulkington.


Moby Dick_Nadia Forghieri
Foto di Nadia Forghieri

Lo spettacolo, sebbene non le citi mai esplicitamente, ha memoria di queste parole e si porta dentro, come un fiume carsico che detta il ritmo della terra, una legge non scritta cara a molta arte: non dire, ma evocare.

Così, evocando, ci si srotola davanti agli occhi una doppia storia, mai dichiarata. Che è sì quella del capitano Achab che insegue la sua balena, ma anche quella di un intimo calvario tra le corsie di un ospedale psichiatrico.

Il testo si scontra con la violenza e la potenza del desiderio, del rimpianto e del vedersi riflessi in un’ossessione. Il grande mare si scioglie in stanze d’ospedale e la balena bianca in una smania implacabile di qualcosa nascosto, irraggiungibile. Il lontano, l’altrove, sprofonda nel punto più buio di noi.

Moby Dick di Angelo Tronca, più che uno spettacolo, è un’esperienza che coinvolge il corpo ben prima dell’entrata del pubblico in sala.

Arrivando in San Pietro in Vincoli, la città di Torino ammutolisce: il teatro sorge in un vecchio cimitero e lo spettacolo prende vita giù, nelle cripte. Spazi piccoli, cunicolari, e pareti bianche di gesso.

Mentre aspetto di entrare, seduta su una delle panche di legno addossate al muro in compagnia di nove sconosciuti, sorseggio del tè offerto dal teatro e penso: eccoci, nella pancia della balena, pronti a sparire nel suo buio.

Una volta entrati ci ritroviamo immersi in un’oscurità palpabile, che striscia nei timpani grazie al progetto di Massimiliano Bressan, l’ingegnere del suono, che ci permette, attraverso delle cuffie, di intercettare ogni respiro e parola dell’attore, assieme a suggestivi rumori d’ambiente.

Angelo Tronca recita tutto lo spettacolo con un microfono molto sensibile sulla fronte: ogni emissione vi rientra e viene riverberata nelle cuffie, creando uno spazio immersivo di cui Bressan equalizza e normalizza l’amalgama di suoni, non solo quelli provenienti dal palcoscenico, ma anche i respiri, i singhiozzi, i colpi di tosse degli altri spettatori. Ciascuno è solo con la storia e contemporaneamente immerso in un rito collettivo. Qui, giù nella cripta di questa città nebbiosa, tutto il mio corpo è dentro alla grande storia della balena bianca.

Sulle note di We’ll meet again l’attore entra in silhouette e ci viene incontro.

La sua ombra allungata cammina verso il pubblico, sembra un oscuro gigante.  Le panche di legno ci privano della rassicurante sensazione dello schienale: siamo nel suo territorio, ci dobbiamo lasciare accompagnare nel suo flusso di coscienza ossessivo e ossessionante. Tra le pareti della cripta, il talentuoso Achab ci porta in un mondo di venti sferzanti e risacche marine, notti stellate illuminate da deboli fuochi e una grande continua lotta.

Questo luogo ha un significato narrativo. Come nella Bibbia Giona capisce sé stesso nel fondo del mare, giù in fondo allo stomaco di una balena, così noi, nella cripta, possiamo fare i conti con noi stessi. 

E qui sotto infatti, sulle ultime note dello spettacolo, ci viene mostrato un grande cuore anatomico stampato in 3D, che batte nel silenzio.

C’è qualcosa di profondamente significativo per il teatro in questo: l’idea di mantenere viva una fiamma, una costruzione fittizia al ritmo della quale respirare, trovare il coraggio di metterci nelle mani di qualcuno.


Moby Dick_Nadia Forghieri

Achab lo conoscerò un paio di giorni dopo in un bar. Si chiama Angelo Tronca ed è il protagonista, nonché drammaturgo, dello spettacolo.

Arriva con una bici pieghevole e sorride, prendiamo un tè alla menta da Al Jazeera, nel quartiere multietnico di Torino che entrambi abitiamo.

Moby Dick, perché?

“È un testo che mi suggestiona da anni, l’avevo letto da bambino e continuo a esserne affascinato perché parla di cose che troppo spesso sono sopite. Noi oggi le

descriveremmo come negative, ma nel romanzo sono affascinanti e profonde; un esempio ne è il conflitto, che è totalmente avulso dalla nostra società mentre penso potrebbe esserne un motore fondamentale.

C’è un pezzo dello spettacolo in cui si cita l’episodio biblico di Mosè. 

Mosè chiede a Yahvè come mai abbia reso il cuore del faraone (che non voleva liberare il popolo di Israele) così duro. Yahvè risponde: l’ho fatto per te, Mosè. Per far uscire una parte di te: senza quella contrapposizione tu non saresti riuscito a dare vita a questa forza. Il conflitto ti delimita, permette di posizionarti, cosa che in una zona sfumata è molto difficile. In arte la cosa bella è il foglio bianco con il tratto nero: se anche il tratto è bianco non si vede più nulla.

E poi fa bene alla società. Una società completamente assertiva è una società morta.

Essere d’accordo è il risultato di un percorso, non una partenza. Il conflitto è la base di tutto, se ci pensiamo anche gli atomi si reggono su un conflitto energetico: se non ci

fossero le differenze di potenziale elettriche non esisterebbe il nostro corpo, né la nostra realtà.

Anche il ragionamento del Talmud è basato sul conflitto, che non è distruzione. Tu mi dai una critica su cui potermi muovere, degli argini, e attraverso questi argini il pensiero può andare avanti.”

“Il conflitto è positivo anche nella mente di un uomo? Come si collega Moby Dick alla malattia mentale?”

“Io innesto su Moby Dick mie vicende personalissime. Ho avuto parecchio a che fare con la malattia mentale e molto volte ho visto persone a me vicine soffrirne, tra schizofrenia e bipolarità, e così sono sceso a picco fino in fondo al dolore di alcuni momenti della mia vita: scegliere di raccontarli, evocandoli, è stato ancora peggio da un certo punto di vista perché vai a raccontare la verità. La cronaca a volte è una salvaguardia, racconti altro, dettagli, date… mai quello che brucia. Non racconti il cuore.

È strano da dire e da ammettere, ma c’è qualcosa di affascinante anche nella malattia mentale: è un viaggio. Avendo a che fare con una persona che ha allucinazioni uditive o visive, se ti fermi un attimo e hai un po’ di sensibilità ti viene il dubbio: non è che sono io che non le vedo?”

Il mondo psichico di Melville è archetipicamente maschile. Angelo Tronca sente però

l’esigenza di inserire una figura femminile e la chiama Ismaele, come il più sensibile dei personaggi melvilliani, ed è l’infermiera che porta al capitano-malato un bicchiere d’acqua, pochi attimi, per salvarlo dal delirio dell’oceano.

“Sentivo una grande mancanza, perché se si distrugge e basta c’è un disequilibrio immenso. Il femminile, archetipicamente, è la ricostruzione, la possibilità di generare

qualcosa anche dalla distruzione e dal mistero.”

Chi sei? Chiede il capitano.

“Chiamami Ismaele”, risponde lei.

Lo spettacolo si chiude sulla battuta iniziale del Moby Dick di Melville: l’avventura del

malato-capitano è un ciclo che si ripete ogni giorno, in tutta la sua terrificante bellezza. 


Moby Dick_Nadia Forghieri

Prima nazionale, San Pietro in Vincoli, Torino. 7 dicembre.

tratto da “Moby Dick” di Melville

di Angelo Tronca

dramaturg e assistente alla regia Maddalena Sighinolfi

con Angelo Tronca e Maddalena Sighinolfi

progetto sonoro Massimiliano Bressan

consulenza artistica Il Mulino di Amleto

produzione A.M.A. Factory

si ringrazia TPE

Foto di Nadia Forghieri

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